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Lunedì, 01 Luglio 2024 23:12

QUEL GIOCO DEI RUOLI TRA SESSO E POTERE

Quando si parla di differenza e di complementarietà tra i sessi, si teorizza una disuguaglianza di diritto e di valore. È a partire da questa premessa che Giulia Sissa affronta nella sua ultima fatica: I generi e la storia. Femminile e maschile in rivoluzione, il divenire e l'avvenire dei generi in un inarrestabile cammino verso nuove esperienze e nuovi corpi. Filo rosso dell'intero saggio è la nozione di genere lessicalizzata in ambito medico, alla fine degli anni '5o, da John Money e da Robert Stoller, che prendendo sul serio l'ipotesi di un sostrato biologico della sessualità mostrano che l'identità di genere, da un lato, non coincide con il sesso anatomico, e che, dall'altro, preesiste e resiste all'educazione. Il genere si oppone al sesso come la storia alla biologia. L'una rivela il potere patriarcale, l'altra lo trascende.

Ed è proprio a partire dalla contestazione della sovrapposizione tra genere e potere che Sissa ripercorre il "gioco" dei ruoli nel tempo e i frutti cui hanno condotto le battaglie per i diritti rivendicate dal movimento femminista: 196869, abrogazione della legge sull'adulterio femminile; 1970, legge sul divorzio; 1975, riforma del diritto di famiglia e contraccezione; 1978, legge sull'aborto; 1981 abolizione del matrimonio riparatore; 1996, legge sullo stupro come violenza contro la persona; 2006, codice delle pari opportunità tra uomo donna; 2016, legge sulle unioni civili dello stesso sesso. In un corpo a corpo con il Codice Civile italiano del 1942 e con quello francese del 1804 per arrivare alla promulgazione del Defence of Marriage Act (Doma) che Bill Clinton firma nel 1996 e che la Corte Suprema Americana degli Stati Uniti dichiarerà incostituzionale nel 2013.

Sissa sottopone a critica severa la linea di pensiero che va da Aristotele ai giusnaturalisti passando per Tommaso d'Aquino, che corrobora le tesi contenute nella Politica e nell'Etica Nicomachea. Soltanto il maschio adulto e libero possiede la facoltà deliberativa, mentre la donna è dotata di «consilium invalidum». Tutti i maschi possono eccellere nell'andreia, la virilità, che in greco designa la virtù che noi chiamiamo coraggio. Essi sono valorosi, competitivi, imperiosi, fermi nelle decisioni. Al contrario le donne sono tiepide, umide, molli, lamentose, fluttuanti, indecise, incostanti. Come dire: le virtù femminili sono adatte a servire. Incapaci di ragionare a causa delle passioni, esse sarebbero degli esseri mancanti «incluse nell'intento della natura in quanto dirette all'opera della creazione»: vir est caput mulieris. Come dire: la famiglia si baserebbe su una disuguaglianza necessaria che si avvale dell'opera del maschio «nel quale la ragione è più perfetta per istruire e la virtù più potente per castigare».

Se queste idee affondano le loro radici in un passato remoto, esse mostrano la loro longevità anche alla fine del XVII secolo se è vero che il grande giusnaturalista Samuel von Pufendorf definisce il matrimonio «semenzaio del genere umano» salvo poi accogliere il principio che «tutti gli esseri umani sono naturalmente uguali per diritto». Invocando la storicizzazione e la decostruzione dei termini della differenza di genere e confidando nella possibilità di coniugare parità, contrattualità, riconoscimento delle coppie dello stesso genere Sissa richiama la Raccomandazione della Corte Europea che incoraggia a riformare «riconoscendo che le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali sono state per secoli e tuttora soggette all'omofobia». Non solo, fa notare come rifiutare l'accesso al matrimonio egualitario e ai diritti riproduttivi significhi negare loro uguaglianza e libertà.

Ma Giulia Sissa si spinge ancora oltre individuando nella metamorfosi e nell'incarnazione la sfida della differenza, rimarcando come dire «genere» permette di riconoscere l'autorità in prima persona di soggetti che hanno una coscienza forte della propria identità sessuata tanto da diventare paradigmatica: ci stacchiamo dall'anatomia, ma non ci allontaniamo dal corpo. Correggendo il sesso, queste persone desiderano affermare un'identità in cui loro stesse si riconoscono da tempo e che è diversa da quella che è stata loro assegnata alla nascita. Nell'esperienza trans* emerge l'intreccio complicato tra soggettività, aspirazione, organi, tessuti. La cura di sé coinvolge la propria incarnazione: è una cura trasformativa, è un lavorio estetico, plastico e farmacologico affinché l'espressione di genere coincida il più possibile con l'identità di genere. Niente è più personalizzante del far divenire sé stessi in un processo di incarnazione al punto da aprire la discussione, con Judith Helberstam, «sulla mascolinità per Ie donne» intendendo mettere in luce come tale o tal altro aspetto della mascolinità codificata in una cultura si rivela adattabile da parte di persone alle quali è stato assegnato il sesso femminile, ma che desiderano viversi al maschile. Ciò che si mette in discussione non è tanto la mascolinità quanto il suo monopolio da parte dei soli maschi individuati come tali sin dalla nascita.

Tuttavia, avverte Sissa, non si sa quale sarà il punto di arrivo della transizione, se ci saranno interruzioni o ritorni a una identificazione anteriore. L'asterisco della parola trans* allude a questa apertura verso il futuro. Ma siamo proprio sicuri che l'assurgere l'esperienza trans* a paradigma e, come sostiene Holly Lawford-Smith, intendere il genere come identità non rischi di cancellare o di ridurre le differenze a identità fluide? E ancora l'eccesiva vis polemica che attraversa un testo insieme militante e appassionato - senza nullatogliere al suo rigore scientifico - non rischia di urtare sensibilità che dissentano, ad esempio, sul fatto che l'endocrinologia fondi un'etica, nello specifico, un'etica eudaimonistica? Attenzione all'Happycracy, Eva Illouz insegna.

Giulia Sissa
I generi e la storia. Femminile e maschile in rivoluzione
il Mulino, pagg. 271

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